giovedì 14 settembre 2017

Escapismo, sensi di colpa e la morte dell'eroe, ovvero come ho scoperto che le mie fantasie di potenza hanno sempre fatto il tifo contro di me

Mentre scrivo sono padre solo da due settimane, e qualcuno potrebbe dire che è un po' presto per trarre delle conclusioni sulla paternità. Sono fondamentalmente d'accordo su questo, e quindi cercherò di schivare l'effetto Dunning-Kruger ed eviterò di pontificare su come si fa ad essere padri nel migliore dei modi, forte della mia esperienza di 15 giorni. Né voglio elemosinare applausi dalla claque dei commentatori. Se qualcuno mi definirà nei commenti "il miglior amico che non ho mai avuto" sprecando paragrafi in cui si vanta di quanto ha pianto per la nostalgia di qualche cazzo di giochino di cui sto parlando, allora dovrò fermarmi un attimo perché evidentemente in questo blog c'è qualcosa che non va. 

Lingua dei segni internazionale per "Bruschette negli occhi".


Fortunatamente non è così, e quindi posso permettermi di pontificare un po' sulla mia situazione interiore, e non perché abbia bisogno di ostentare e di elemosinare le attenzioni del popolo del www, quanto per il fatto che magari qualcuno vede che la mia situazione è simile alla sua, e magari inizia pure lui a fare qualche ragionamento che può tornargli utile. Ma sto divagando, ovviamente.

Ok. Sono padre da due settimane, dopo aver mandato a fare in culo tutti quelli che mi predicevano scenari apocalittici di notti in bianco e litigi continui con mia moglie. Tutta gente che ha figliato, è sopravvissuta, ma trae un perverso piacere dall'adombrare scenari horror. Ma se fa così schifo fare figli, perché lo avete fatto, voialtri? Invece, massimo rispetto a chi ha detto "le cose cambieranno, ma ne vale la pena. Vedrai che la forza di gestire tutto la trovate". Indovinate un po'? Sembra proprio che questi ultimi abbiano ragione.

Eh, mister, prima che nascesse il mio, uscivamo al ristorante ogni sera,
e come se non bastasse ora mia moglie è piena di smagliature e
le è venuto il culone e le ho pure pagato l'abbonamento in palestra ma cosa vuole,
con tutti quei pannolini da cambiare non ci va mai, io non la aiuto perché non sono capace
e la merda mi fa anche un po' schifo, e insomma queste cose un uomo non le fa, giusto?
Ah, ma tornassi indietro...
Insomma, nei giorni tra la data prevista del parto e il parto effettivo (il pargolo si è presentato con un ritardo di 12 giorni), mi sono svegliato nel cuore della notte con una piccola rivelazione. Una rivelazione che mi sono segnato sullo smartphone intorno alle 4 di mattina (ed era pure sabato) inviandomi una mail avente per soggetto "La mail più importante di sempre, forse". Ma prima, un'altra digressione (di nuovo? che palle! Siete liberissimi di saltare l'articolo a pié pari).

Alcuni di voi si saranno chiesti perché parlo dei videogiochi vecchi nel mio blog, dal momento che non sopporto i piagnucolii nostalgici ostentati. È una buona domanda, in effetti. Vi garantisco che c'è una coerenza dietro questa apparente idiosincrasia. Magari l'ho già scritto e probabilmente lo riscriverò, ma trovo importante che questo concetto, che è quello su cui si basa il blog, sia ben messo in evidenza. Se per farlo devo ripetermi, ok, pazienza.

Se basta questo per portarti alle lacrime, quando c'è da piangere davvero cosa fai?
Il conduttore della trasmissione nostalgista americana per eccellenza (I love...) ha detto una cosa interessante: "Non esistono parole per definire la nostalgia per il futuro, eppure le lacrime di un genitore spesso sono esattamente questo, nostalgia per qualcosa che non è ancora avvenuto. È il dolore della speranza, l'impotenza della speranza, e la rassegnazione alla speranza". Che è paradossale, detta così, ma non ha torto. Uno screenshot del gioco più bello di sempre (quello del 1992, di cui un giorno vi parlerò) non mi ha mai strappato una lacrima. Pensare a tutti i momenti che passerò con Sinjin Malvineous Giulio Ex Videogiocatore (non è il suo vero nome), beh, è tutta un'altra storia.

- E questo, figliuolo, è il gioco più bello di sempre.
 - Ma che merda, papà.
Quello che sto facendo è rivisitare il luogo del mio escapismo infantile, il mondo dei videogiochi (gli psicologi lo definirebbero "fantasmatico", e ne riparlerò in un articolo futuro), in cui mi rifugiavo estraniandomi da una realtà per cui non dico che provavo disagio, ma che trovavo estremamente noiosa. Se vivi in un posto chiamato "Vecchio Paese", tanto da fare non c'è. Aggiungiamo pure alla ricetta il fatto che da ragazzino figlio degli anni 80, che è stato figlio unico fino ai 7 anni, era quasi inevitabile crescere in un ambiente iperprotetto. Ho già parlato del problema di crescita delle aspettative da una generazione all'altra qui, e vi ho pure parlato del terrore nei confronti di un mondo ostile instillato dalle persone con cui ero costretto a passare del tempo, qui. Rileggete pure gli articoli, vi aspetto.

Fatto? Bene. Ora, l'escapismo è un atteggiamento che va a braccetto con la fantasia di potenza. Vivo in una realtà fatta di noia, circondata da un mondo là fuori in cui tutto va a scatafascio. Le mie aspettative per la vita, vista la crescita degli standard di vita delle generazioni precedenti, sono altissime, ma le stesse generazioni precedenti mi dicono che là fuori, tutto è merda. Dunque?

Dunque, il vostro ex videogiocatore diventa un eroe, nella sua testa. Vi ho già anche parlato di come sono stato influenzato dalla saga di Ultima, ma anche prima di diventare l'Avatar di Britannia, il vostro Ex Videogiocatore, nella sua testa, era stato tantissime cose, quasi sempre ispirate ai videogame.

Questo era un classico quando eravamo in coda in autostrada per andare al mare.

E tutto questo era un grandissimo circolo vizioso, un male interiore che si autoalimentava. All'aumentare dell'escapismo aumentava la realizzazione che la realtà che mi circondava era sempre misera dal punto di vista delle emozioni. E a chi celebra le avventure in compagnia degli amici, utilizzando "i Goonies" e "Stand By Me" come termine di paragone di un'infanzia, rispondo chiedendo "non è escapismo pure questo"? Anch'io ho avutole mie avventure più o meno immaginarie con gli amici, a dispetto del fatto che le nostre madri fossero terrorizzate dal sudore, non vivevamo come dei reclusi. Ma i videogiochi li posso documentare, quelle cose no.

Resta il fatto che quando si tornava alla realtà, che fosse stata una caccia al tesoro sui colli dietro l'asilo comunale del Vecchio Paese, sia che fosse stata una partita a Space Crusade con le fighissime armature dei marine, la rivelazione era sempre la stessa: a noi non succedeva niente.

Paragonata alla mia, la vita di Giacomo Leopardi è un turbine di emozioni.
Nel mio particolarissimo caso, dopo un'infanzia comunque felice, le cose sono peggiorate. Senza accorgermene, nel passaggio all'adolescenza, ero diventato uno sfigato, dal punto di vista puramente delle relazioni umane. E in questi casi è molto difficile dare una svolta alla propria vita. Perché nella poca autostima adolescenziale si mantiene alto comunque il livello dell'arroganza, e la colpa è sempre di qualche fattore esterno. A tutt'oggi sento parlare di youtuber pure piuttosto famosi che attribuiscono la loro incapacità di trovare una fidanzata al femminismo. Ecco, non dico che ero a quei livelli di sfiga, ma quasi. Certo, non facevo video in cui esprimevo il mio odio le donne perché non mi si concedevano: in realtà non sono mai stato particolarmente misogino. Però sì, ero sfigato, sfigato nel senso di impacciato nei rapporti umani. Troppe istruzioni per l'uso della vita, troppi "se-questo-allora-quello", unite a una naturale goffaggine e una tremenda paura di sbagliare, mi avevano mandato in corto circuito.

E quando sei sfigato le fantasie di potenza prendono sempre più piede nel tuo cervello. Perché è facile. Perché è comodo. E perché la natura aborre il vuoto.

Ho un padre che pur impegnandosi per stare coi suoi figli, svolgeva un lavoro massacrante 7 giorni su 7, dalle 4 di mattina alle 8 di sera (ora si gode il meritato ritiro ed è in forma come mai prima d'ora).

Per ragioni varie ero spesso costretto a passare pomeriggi con vecchie zitelle acide e piene di odio, è chiaro che viene a mancare una figura maschile di riferimento. E quindi me la creavo io. Nelle mie fantasie di potenza, l'ex videogiocatore spariva e compariva la fantasia di potenza, l'eroe invincibile che sistemava tutto ciò che gli andava storto, prendendosi anche qualche rivincita nel frattempo.

 Con l'unica differenza che urlare "Shazam!" ti faceva fare solo la figura del coglione
Con gli anni, le fantasie di potenza si sono assopite, ma mai andate via del tutto. Tornavano, ogni tanto, rielaborate in qualche modo, magari ispirate a qualche opera di fiction, ma il tema di base era sempre quello, l'escapismo da una vita non del tutto soddisfacente.

Poi le cose cambiano. L'ex videogiocatore lascia il Vecchio Paese, trova un lavoro serio, magari non troppo stimolante ma ben retribuito, conosce quella che diventerà sua moglie, i due si meravigliano del fatto che entrambi non credevano fosse possibile essere così felici assieme. Convinzione, questa,  creata da chi dipingeva il mondo in maniera molto brutta e da precedenti esperienze in cui era la normalità essere frustrati da un rapporto di coppia. (Vi svelo un segreto: non è normale, ragazzi).

Dunque, l'ex videogiocatore e sua moglie dunque si innamorano, si sposano, comprano casa e iniziano a pensare di mettere su famiglia (cosa che effettivamente accadrà).

Tutto perfetto dunque, basta lamentarsi, no? Ebbene no. Forse anche stimolato dallo shock per un accadimento decisamente brutto, inizio ad avere paura di ogni cosa. Come se quel mondo che mi era sempre stato dipinto come ostile, si fosse per un attimo distratto e mi lasciasse godermi un po' la vita, e da lì a poco si sarebbe risvegliato per portarmi via tutto ciò che di bello ho ottenuto.

Inspiegabilmente, e ora lo scriverò in grassetto per evidenziare il paradosso di tutto questo, mi sento in colpa per il mio successo.

Ma che cos'è il successo?

Se sono un progettista di segnali stradali, per me il successo è essere mandato affanculo dagli automobilisti.

Specie durante l'università (non ero fuorisede) io ero terrorizzato dall'idea di vivere coi miei fino oltre ai 40 anni, con il mondo dei videogiochi come unico momento di vera privacy. (Intendiamoci, voglio bene ai miei, ma c'è un tempo per ogni cosa). Penso che per me il principale successo come essere umano sia stato quello di crearmi una vita e rendermi indipendente dalla mia famiglia, non essendo più un peso per loro, aiutandoli quando possibile, ma tagliando finalmente il cordone ombelicale. Ecco, questo per me è il successo. E l'ho raggiunto.

Lo sapevate che esistono delle culture in cui il figlio, quando raggiunge l'età della maturità, prepara del pane da regalare ai genitori? Il significato di tutto questo è "Cari mamma e papà, con questo pane io pago il debito che ho con voi per avermi ospitato e cresciuto, e adesso ognuno per la sua strada. Restiamo in contatto eh, non perdiamoci di vista. Ma davvero, ognuno per la sua strada". È un'usanza di cui l'Italia avrebbe tanto bisogno, oltre che a essere molto meno cruenta di quello che Freud chiama "il pasto totemico", ovvero in cui i figli uccidono il padre e ne mangiano le carni per diventare i maschi alfa della tribù.

Posso dire che con la mia famiglia ho tagliato il cordone ombelicale. Ma con la figura paterna surrogata incarnata nella mia fantasia di potenza, avevo tagliato?

Non sudare! Hai mangiato? Stai attento a tutto!

No, ovviamente no. Ed è per questo che quando tutto va bene, la fantasia di potenza si sente messa da parte. "A cosa servo io, se l'ex videogiocatore è felice?" si chiede. E quindi come forma di autodifesa, subito a instillare il dubbi e paure, confermando la visione di un mondo davvero schifoso come le vecchie del Vecchio Paese lo dipingevano. Se non c'è una Britannia che sta andando a schifìo, un Avatar a cosa serve?

Ma diciamocelo, in realtà, un eroe a cosa serve? Me lo sono già chiesto nell'articolo su Prince of Persia (rileggetelo, è ok) e la risposta è : a niente. Serve solo a dimostrare un'inefficienza sistemica, che deve ricorrere ad atti di incoscienza per mettere a posto cose che non dovrebbero essere guaste. O, peggio ancora, per creare una narrativa con cui manipolare le masse.

L'eroe è l'espressione di un fallimento sistemico. Alla fine della saga di Ultima (con il pessimo nono capitolo, "Ascension") l'Avatar sparisce per sempre da Britannia, e gli abitanti imparano che è ora che inizino a risolvere i loro problemi senza l'aiuto di un superuomo esterno . Un finale, peraltro, copiatissimo dalla conclusione della Trilogia della Spada Di Ghiaccio di Topolino. (E lo so che esiste anche un quarto episodio, ma è un classico esempio di fan-service rivolto a chi proprio non riesce a fare altro che vivere nel passato).

Il mio timore è che questa immagine sarà l'unica cosa che vi entrerà in testa leggendo questo articolo
e che commenterete con pianti nostalgici su quanto erano belle le storie di Massimo de Vita
È questo il significato della mail più importante di sempre (forse). Ho avuto in testa una proiezione invincibile di me che non faceva altro che dirmi che dovevo sentirmi in colpa per le cose più insignificanti, in quanto osavo cercare di essere felice in un mondo reale che, come dicevano le arpie del Vecchio Paese, sta andando in merda.

Ora che è nato mio figlio, spetta a me diventare figura paterna. Molte coppie in crisi cercano di fare figli sperando che il nuovo arrivato porti armonia: molto spesso, purtroppo, non è così, ma questa illusione, chiamata "attesa messianica", ripone nell'arrivo di un bambino la speranza che tutto si sistemi.

Ecco, non mi spingerei a tanto. L'arrivo di mio figlio mi ha aiutato a capire in che situazione mi trovavo, ma non voglio gettargli sul groppone la responsabilità di questo cambiamento, visto che alla fine, sono stato io ad arrivarci. Ma mi ha aiutato tanto. Potrei chiudere questo argomento dicendo che il piccolo Ex Videogiocatore Jr, coi suoi pugnetti e i suoi calcetti, abbia finalmente ucciso il falso eroe che mi metteva ansia per ogni cosa.

Ma sarebbe troppo melodrammatico, e non sono bravo a dire frasi ad effetto, e poi la normalità è tanto una bella cosa che non c'è bisogno di dire cose eclatanti.

Grazie, ragazzo. Vedrai che insieme ci divertiremo un sacco.

6 commenti:

  1. Interessante, interessante (comunque ti dico la verità, hai reso il finale della trilogia della Spada di ghiaccio ancora più epico, a chiosa del tuo ragionamento. P.s. Quando ero piccolo pensavo a quella vignetta: "e che cavolo, vicino a quei vichingoni muscolosi stile He-Man, quell'acciuga di Pippo e quel piccoletto di Topolino").

    La nascita del figlio determina quel passaggio che tu hai definito nostalgia del futuro. Sono d'accordo. Prima del matrimonio\fase del concepimento, si tende ad avere nostalgia del passato perché si rimpiange il momento in cui i genitori erano giovani ed erano loro ad assumersi le responsabilità, mentre noi eravamo spensierati (che poi avevamo i problemi connessi alla nostra età, che erano piccoli in rapporto a quelli odierni, ma grandi per l'età che avevamo), cosa che ci faceva vedere un mondo tutto rose e fiori (o quasi, appunto perché qualche problemino c'era). Preciso che questo discorso è in linea generale, ho usato il 'noi' senza necessariamente riferirmi a me e a te, ma appunto in linea generale. Il matrimonio è la prima pietra su cui si fonda il passaggio nel ciclo della vita, passaggio che però si compie pienamente con il concepimento del figlio. Quando esso nasce, subentra questa speranza o questo piacere, nel pensare a quello che si farà con il proprio figlio, alle esperienze che si vivranno con lui. E' questo appunto il cambiamento, perché prima abbiamo una visione della vita individualistica (pensiamo a noi, per questo 'rimpiangiamo' quando noi, all'interno della famiglia, eravamo il centro pulsante delle attenzioni, senza responsabilità), poi invece la nostra vita diventa...il nostro bambino. Per questo tendiamo a selezionare le nostre passioni, i nostri hobby...nel senso che inevitabilmente il nostro tempo viene utilizzato, oltre che per il lavoro, anche per il nostro figlio. Poi chiaro che alcune nostre passioni e alcuni nostri hobby li trasmettiamo alla carne della nostra carne.

    Comunque a proposito di tagliare il cordone ombelicale, a me fanno ridere quelle coppie che vanno a convivere, ma che puntualmente mangiano a casa dei genitori, portano alla madre i panni di lavare e stirare...quella è finta emancipazione :). E' semplicemente il levarsi dalle scatole per avere la privacy necessaria, ma per il resto è come continuare a vivere sotto lo stesso tetto. Comodo così! Di esempi come quest il mondo è pieno.

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  2. Ah, non me ne parlare. Quando ho lasciato l'Italia l'ultima volta, il taxista che mi accompagnò in aeroporto mi disse che anche suo figlio era indipendente: aveva il suo appartamento (costruito al piano di sopra della casa dei genitori), aveva la sua macchina (pagata da papà), poi ok, "per cena viene a mangiare da noi e il bucato glielo fa mia moglie, ma sa com'è, lui lavora e non ci ha tempo".

    Invece per quello che dici sul ciclo della vita, sono abbastanza d'accordo, anche se personalmente la nostalgia per l'infanzia era già ridotta di un po' prima del matrimonio. Quello che mi fa incazzare è il nostalgismo frignone che mi sembra legato a doppio filo con la mentalità disfattista che ha fatto sì che un ex amighista con la puzza sotto il naso, mi dicesse, sia in occasione del mio matrimonio che dell'arrivo del pargolo: "Pazzo! Non sai a cosa vai incontro! Perdi tutta la tua libertà!"

    Se questa è schiavitù, chiamatemi pure Zio Tom.

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  3. Infatti hai pienamente ragione a storcere il naso alle parole dell'ex amighista. Io sinceramente non sento ancora l'istinto paterno, ma fare un figlio è una cosa meravigliosa e arricchisce veramente i genitori.

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  4. Tanti argomenti in questo post e tutti molto interessanti. Andiamo in (dis)ordine, cioè come mi vengono in mente.
    L'escapismo è una cosa che mi riguarda da vicino perché anche io cercavo vie d'uscita da un mondo che non mi interessava granché (all'epoca), ma non perché stessi male tutt'altro; ero e sono conscio di essere particolarmente fortunato quindi ho sempre cercato di non lamentarmi troppo delle mie condizioni perché sì, sarebbe potuta andare meglio, ma sarebbe anche potuta andare moooolto peggio. Comunque il mio escapismo era diverso nel medium perché non sono mai stato un grande fan dei videogiochi (mi piacciono e ogni tanto ci gioco ma, a parte qualche anno di perdita di coscienza per colpa di CM, non mi sono mai interessato troppo...) ed ho ovviato con la lettura di libri e, soprattutto, fumetti. Il risultato è più o meno simile credo perché invece dei protagonisti dei videogiochi mi trovavo a fantasticare sul possedere poteri dei protagonisti dei fumetti (parlo soprattutto di manga, i fumetti americani di supereroi e non e gli italiano ho iniziato a leggerli più avanti con l'età...) per riuscire a sfangarla in un mondo che vedevo impossibile da gestire senza appunto qualche potere particolare.
    Questo per dire che secondo me l'escapismo è presente in molte vite, ma come tante altre cose dipende da come ognuno lo vive e lo gestisce. Io penso di averlo vissuto benino, nel senso che mi chiudevo nel mio mondo a leggere e non davo fastidio a nessuno, poi avevo anche la fortuna di essere un tipo sportivo quindi questo non mi precludeva di andare a giocare all'aperto e anche per questo nessuno ha mai avuto molto da ridire.
    L'argomento prole è invece più spinoso per me perché, come sa il nostro ex-videogiocatore, io sono in linea di massima contrario all'avere dei figli (ma non è un assolutismo, sia chiaro. Se ne può parlare e ovviamente dipende anche chi è la persona con cui sarebbe...) ma non per questo provo rabbia o invidia verso chi ne fa. Sono scelte personali che non voglio e non mi permetto di sindacare e tantomeno voglio giudicare in positivo o negativo. Quello che non mi piace sono quelle persone che vengono a sbatterti in faccia che il figlio è la cosa migliore che potrebbe succederti e dirti che ti cambia la vita e tu cosa aspetti, ecc. Può darsi, ma facendo così mi fanno credere che siano quasi obbligati a dire così perché tutti quelli prima di loro hanno detto così. Non sono bravo con i link, ma suggerisco a chi volesse approfondire il monologo di Giorgio Montanini (uno stand up comedian italiano secondo me molto bravo) sulla nascita di sua figlia. E' abbastanza cattivo ma espone bene alcuni dei dubbi che ho anche io.
    Forse ho esagerato con la lunghezza, scusate ma gli argomenti erano brensi... Poi ovviamente caro ex-videogiocatore quando ci si vede si può approfondire.

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    1. Ehm, temo di averti chiesto anch'io se anche tu hai voglia di produrre un pargolo, scusami. Di certo diffido un po' di chi usa i figli come strumento di gratificazione personale, sia in casi estremi come il Cammino Neocatecumenale o il movimento Quiverfull, sia in casi più "moderati" come usare il proprio marmocchio come perenne argomento di conversaione. Fòttansi.

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    2. Sì, ma me l'hai chiesto prima che il tuo fosse nato quindi l'hai fatto in buona fede ;-)
      Infatti come per tutte le cose il problema sono gli estremismi. Esempio di vita vissuta: questa estate incontro per caso in un bar una ex compagna del liceo che non vedo da più di 10 anni e al solito si chiede come va; io dico che sono in riabilitazione per un intervento al ginocchio e lei fa: "Ah, spero vada tutto bene. Sai che ho 2 figli? E tu?" Mi sono controllato e non ho risposto male ma la tentazione c'è stata...

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