venerdì 14 aprile 2017

La discutibile stampa di settore - TGM 39 (Febbraio 1992)

Molti di voi mi prendono per un cinico senza cuore perché non mi commuovo di fronte alla nostalgia come fanno diversi altri blog. La celebrazione acritica dei bei tempi andati, per me, è parte di un quadro più grande, che cambia per ogni persona, ma che ha un'unica radice comune, che scriverò in grassetto e maiuscolo per darle maggiore importanza:

LA DERESPONSABILIZZAZIONE.

Esiste una correlazione spuria che ci porta a credere che in un'età dell'oro passata, tutto quanto fosse più facile per noi. Più allegro, meno faticoso, meno impegnativo. Molti nonni rimpiangono il tempo della miseria e della guerra, per quanto questo possa sembrare assurdo, tutto prende senso quando ci si pianta bene in mente il presupposto seguente:

Non abbiamo nostalgia del mondo com'era. Abbiamo nostalgia di come eravamo noi. 


Perché negli anni 80 eravamo bambini, eravamo mantenuti, e la cosa che più ci preoccupava era la scuola, che a vederla oggi è ridicola. "Sì ma c'era più stabilità, più garanzia per il futuro, era tutto più semplice", direte voi. Giustissimo, ma ci pensavate? Prendiamo quello che è ritenuto l'anno peggiore della Crisi a cui si attribuisce ogni male del mondo: il 2011. Chi aveva 8 anni nel 2011, quando ne avrà 40, si ricorderà dello spread come noi figli degli anni 80 parliamo del prelievo forzoso dai conti correnti del 1992. 
D'altra parte, per loro, l'undici settembre è qualcosa da vedere nei documentari (nei libri di scuola no, i programmi arrivano alla Prima Guerra Mondiale, quando va bene), come per la mia generazione è stata la strage di Bologna. Sappiamo che c'è stata, ma per noi è storia. Per chi nell'80 aveva 30 anni, era attualità, ed era qualcosa di terribile. Ma per chi non ha responsabilità, ogni cosa che non lo coinvolga direttamente gli scivola più o meno addosso.

Che buono il latte in polvere.
È qui che abbiamo la correlazione spuria: crediamo che rivivendo le emozioni di un tempo, riusciremo a tornare nell'ovatta di quando eravamo protetti dalla famiglia e non ci preoccupavamo di niente, perché la responsabilità era di qualcun altro. Sbagliatissimo. Prima ci togliamo dalla testa questa convinzione errata, meglio è. E questo blog è un modo per me di tenerlo sempre in mente.

Detto questo, chiudo il momento di serietà e vorrei introdurre una rubrica a cadenza irregolare, che approfondisce il tema della nostalgia da una diversa angolazione. Parliamo della stampa di settore. I videogiochi veri e propri, che sono oggetto di questo blog, non erano l'unica componente della passione per il divertimento elettronico. Una buona parte, specie per noi videogiocatori pezzenti che non avevano 99.900 lire per ogni gioco appena uscito, consisteva nello sbavare sui giochi che non avevamo. Una forma di masturbazione prepuberale che aveva come principale catalizzatore le riviste.

Personalmente avevo iniziato con PC Action, rivista della Xenia edizioni, che non aveva solo recensioni di videogiochi ma anche articoli su hardware e software professionali, nonché dischetto allegato. Dovevo pur dimostrare ai miei che col computer ci imparavo. Poi chiaramente cadevo nel vortice del vizio e via con la stampa specializzata, come The Games Machine (sempre Xenia) o K (studio Vit). Vediamo qualche estratto dal numero 39, disponibile per la visione sull'ottimo OldgamesItalia.


Benissimo. Che vi dicevo della nostalgia? State tranquilli, è un luogo comunissimo. Si parla di precedenti età dell'oro da prima che i trisnonni dei nostri trisnonni nascessero, e la cosa non accenna a cambiare. E non c'è da meravigliarsi se Stefano Gallarini, l'uomo dalla pettinatura più insopportabile di tutti gli anni 90, già nel 1992 notasse una serpeggiante nostalgia per i giochi del passato. Pensate: nel 1992! L'anno in cui è uscito il più bel gioco di sempre (Quale? un giorno ve lo dirò). Incredibile, se ci pensiamo oggi, no?

Stefano Gallarini in una rara foto assieme alla First Lady Hillary Clinton
I ragazzini di oggi, nati tra le braccia di un Amiga e un Mega Drive, riescono addirittura a provare emozione davanti a Space Invaders! Mentre oggi, niente. Se così fosse, come si spiega che da 25 anni a questa parte continuano a uscire giochi nuovi? Sarebbe stato sufficiente continuare a pubblicare Space Invaders. Vi ricorda qualcosa questo ragionamento? Tipo quelli che sulla loro bacheca di facebook scrivono le frasi da Baci Perugina di Pepe Mujica contro il consumismo e poi fanno la foto al robottino di guerre stellari telecomandato da cellulare che hanno appena acquistato? Bravi.


Una delle cose più opinabili della stampa di settore è l'uso di calembour e giochi di parole sulle software house e/o i loro prodotti. Qui c'è la preview dei prossimi giochi prodotti da IDEA, una software house varesotta. Immagino che i giochi di parole su quel nome si esauriscano in fretta. Questo titolo sa già di inizio di fondo del barile raschiato. Per quanto riguarda i videogiochi trattati, non ho "Idea" (ridete!) se siano mai usciti.


C'è da fare il titolo della preview di un gioco di Boxe. Intervistiamo uno degli autori. Il redattore medio di TGM è vergine e da qualche amico che si atteggia a più scafato ha sentito che le donne vanno trattate a "Cazzo e Cazzotti". La conseguenza è più che naturale.


Differentemente da quello che credevano le associazioni dei genitori, I giochi non istigano alla violenza. I titoli delle riviste, invece, sì.


Quando credevano che certe riviste facessero diventare ciechi, non parlavano di "Teletutto" o "Le Ore", ma di TGM con questo comodissimo arancione su giallo. "INCASINATISSIMI!" che peraltro era ritenuta una parola scurrile, quindi bisognava non aprire la rivista quando passava qualche matusa.


[Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da] Un'interfaccia, ed è subito laser game! Titolo pseudopoetico per dire che cacciando fuori milioni di lire ti potevi prendere una cosa per giocare a Dragon's Lair a casa.


Questa è l'introduzione alla recensione del gioco "The Godfather" per Amiga. Inizio apparentemente scritto da Lucianoratatatata, e poi il recensore si lascia prendere dal tavò. Il resto è di una banalità disarmante, con autodomande retoriche degne del peggior Claudio Beneforti su Corriere dello Sport - Stadio.



Capisco che recensire un data disk (Oh no! More Lemmings)  non sia proprio facile, dato che è già stato tutto detto nella recensione di Lemmings qualche numero fa. Ma metti che questo fosse il primo numero che acquisto, come faccio a sapere di che si tratta? Inchiostro arancione totalmente sprecato per un tentativo di umorismo scialbo.

Ah e comunque, si scrive "Ingegnosi", non "ingeniosi"



Ah dimenticavo,  il citazionismo. Già allora era diffuso. Non ci si inventa niente, ragazzi. Niente.


Introduzione della recensione di Another World. Che immediatamente diventa un pretesto per il caporedattore Max Reynaud di lamentarsi. In effetti se togliessimo i lamenti da un vecchio numero di TGM, lo spessore sarebbe dimezzato. Notare anche l'intromissione tra parentesi di un altro redattore seguita da nd[nome], che un tempo ci faceva tanto ridere. Eravamo più innocenti? In questo caso (e in questo caso soltanto) mi sento di dire che eravamo semplicemente più coglioni.



Sono spesso che cosa?


Golden Eagle, gioco per Amiga. La battuta sull'ermafrodita non la capisco. Nemmeno la battuta sul soprannome/sopracognome. Nemmeno la battuta "Sorcio Segreto". Non ho capito niente, insomma. Non sapevo nemmeno che esistesse un gioco chiamato Golden Eagle per Amiga. E stavo bene così.


Oh, come siamo pazzi. Questa cosa dell'autodefinirsi pazzi è comune a molti posti di lavoro. A tanti lavori, anche seri. Due o tre lavori fa, assieme al mio gruppo, eravamo a pranzo con una collega di un'altra unità, peraltro di aspetto gradevole. Com'è come non è, i galli nel pollaio che eravamo noi iniziarono a fare battute su quanto fossimo tutti PAZZI. L'apice fu toccato da un collega che era stato silenzioso fino ad allora, il quale disse alla ragazza "Lo sai, questi sono tutti froci." Smettemmo di ridere tutti quanti, imbarazzati. Non eravamo pazzi come credevamo di esserlo.


Per finire, l'ennesimo lamento. Cioè, sei pagato per provare videogiochi e scrivere, almeno mostra un po' di entusiasmo. Mi sa che il mio bisogno di trovarmi un lavoro serio è nato qui, a livello subconscio, quando nella mia mente si è impiantato il seme del dubbio, sotto forma di una domanda: "Ma davvero voglio fare 'sta roba di lavoro"?

Bene. Fermo dunque restando che l'oggetto di questo articolo è merda, per questa rubrica a cadenza irregolare, avremo domande finali che esulano dal solito modello "È merda? / Ci rigiocheresti?".

Ma davvero leggevamo 'sta merda? Sì. Non c'era altro per sapere per cosa avremmo dovuto metterci in ginocchio coi genitori. E ci divertivamo pure a leggerlo.
Ma davvero il sogno di tutti era quello di lavorare in quella redazione? Sì. In effetti essere pagati per scrivere minchiate, male, e giocare a videogiochi era una bella prospettiva. Due cose non avevamo in mente, però (e qui si torna al tema centrale della deresponsabilizzazione): 
1) Se per lavoro sei obbligato a fare una cosa rispettando delle scadenze, improvvisamente la cosa ti piace molto di meno.
2) "Redattore di TGM" non so fino a che punto sia utile per il cv. Il mio passato "creativo" e poco serio, ai colloqui di lavoro, mi ha sempre segato le gambe. Ho iniziato a trovare lavori decenti quando ho applicato la censura su quel periodo della mia vita. Se non ti chiami Stefano Gallarini, la serietà paga. 

10 commenti:

  1. "Non abbiamo nostalgia del mondo com'era. Abbiamo nostalgia di come eravamo noi".

    Caro July Andreotten, ti frego queste due frasi, la stampo e la incornicio. Hai riassunto in poche parole quello che vado pensando e dicendo da tempo.

    Al contrario non sono molto d'accordo sul toglierci dalla mente gli anni del passato: è vero, il rischio di vivere nel limbo della nostalgia è elevatissimo, ma quando si è consapevoli di non dover cadere in questo errore, la felicità del ricordo del passato ci dà una spinta per affrontare le miserie presente e future. Magari sperando di essere migliori, come eravamo in passato da bambini.

    Comunque molto interessante questa tua retrospettiva su "The Games Machines", anche se effettivamente nel 1992 il mio interesse per i videogiochi era praticamente vicino allo zero :D (salvo l'Amiga di qualche amico). Ma ai tempi delle superiori c'era un altro amico che non perdeva un numero e io andavo sempre a scrocco da lui.

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    1. Beh, rileggendo mi rendo conto che forse non sono stato chiarissimo, ma quando dico "prima ce lo togliamo dalla testa meglio è" mi riferisco alla credenza che tornando al passato, ci libereremo dalla responsabilità. Grazie dell'osservazione, provo a chiarire un po'.

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    2. Ecco fatto. In effetti ci si poteva confondere.

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  2. Il blog si è mangiato il mio commento, ma va bene va bene, lo riscrivo. dicevo:
    è interessante notare come coesistano due tipi di de-responsabilizzazione, entrambi difficili da contraddire perchè non si basano sul presente e sulla realtà. Anzi, servono a distogliere l'attenzione dal presente. La prima forma di de-responsabilizzazione è quella che hai descritto di chi guarda al passato con nostalgia. La seconda, di chi guarda al futuro con catastrofismo. Quelli che dicono "vincerà le elezioni xyz e allora... / hai sentito di [fatto o città a caso dove c'è stata una disgrazia]? ah, arriverà anche qua / ah, la crisi / ma non hai pensato di trasferirti in Canada / proprio un bel posto hai scelto per vivere, con quello che sta succedendo / perderemo sicuramente il lavoro" ecc. ecc. Salvo poi essere spesso disattesi nel giro di poco tempo. Ma nessuno glielo fa notare. E se si verifica una delle mille previsioni nefaste, sono pronti a dire "io l'avevo detto". Nel frattempo si sono de-responsabilizzati perchè: a) hanno distolto l'attenzione - la loro innanzitutto - dai problemi più tangibili e concreti, che toccano la loro vita da vicino; b) hanno messo le mani avanti nel caso in cui non riescano a raggiungere i loro obiettivi: sarà colpa delle circostanze; c) hanno trasferito sul loro interlocutore la negatività. Si chiama emotional contagion. E quando avrò un blog mio ne scriverò. Per ora tavò, troppo sbattimento. E quindi squatto il tuo.

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    1. Fossero tutti così i commenti, Internet sarebbe un posto molto bello.

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  3. La nostalgia è bella perché rende ciascuno di noi libero di giocare ai propri videogiochi vecchi.
    Ma essa smette di esistere, quando ci arroghiamo il diritto di installarli agli altri,
    senza che essi li scarichino spontaneamente.
    In tal caso, la nostra nostalgia diventa una rottura di coglioni nei loro confronti.
    Comunque, il rispetto per le piattaforme altrui non deve vietarci di utilizzare le nostre.

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    1. Ciò che dici, Luciano, è molto vero e senza resipiscenze posso dire di sentirlo vicino al mio modo di pensare, il quale è esposto in questo sito internet. Comunque, acciocché la valenza di questa tua affermazione assuma un valore più ecumenico, ne attendo a stretto giro di posta una rapida traduzione in Le Raubser, la geniale lingua universale frutto di uno sforzo degno di dieci teste di Leonardo da Vinci.

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  4. Non sono sicuro di tutti i lemmi in le raubser, la quale è una lingua universale, facilissima ad apprendersi, ma gli anni che ho passato in Guatemala, la quale era devastata dalla guerra per la libertà, hanno indebolito molto le mie sinapsi:



    Le pecuzoes seiam buor roec muxiam ek duipl bluv ut lufati cupi sulp.
    Aek av kretadiam ut urbi, ho apl kersutiam le leor ut fukovivr ha audil
    zobe el paneviam ivr enuzest. Aol aipl bluav luiam gu lartup apuil.
    Lae le faput apu puci sult uiv roiam tunofi hipl ut xopeli uori aipl.

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  5. L'analisi psicologica della nostalgia "ci sta", come dicono i giovani d'oggi.
    Ma io ho in gestazione una nuova teoria macro-economica che offre altri spunti. Interessa l'articolo?

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