giovedì 17 maggio 2018

Informatica, elitarismo e l'atelier culturale, ovvero del perché l'ex videogiocatore è contento di non aver avuto accesso a troppi videogame quando era piccolo.

Se non lo aveste capito, io con il computer ci lavoro. So che detto così pare quello che risponderebbe mia nonna quando le chiedono come campa l'ex videogiocatore, so anche che detto così sembra che sia spacciato come una specie di Salvatore Aranzulla, che tutti noi pigliamo tanto per il culo ma che ha fatto un sacco di soldi proprio perché in Italia è pieno di nonne che di tecnologia non capiscono un cazzo e lui scrive a loro senza infamarle con la puzza sotto al naso tipica di chi si sente parte di un'elite.

"Non capisci un cazzo, nonna, è per sentirmi parte di una CULTURA"


Però, sì, col computer ci lavoro. Ho un PC da quando avevo 5 anni, e su questa conoscenza ci ho pure puntato sopra il mio intero corso di studi, liceo scientifico con indirizzo informatico (che si traduceva in 2 ore di fisica in più alla settimana), e infine ingegneria informatica. Una grande delusione: per me ingegneria informatica è stata un grandissimo corso di preparazione alla futura professione, col presupposto che la futura professione non fosse altro che essere l'assistente/schiavetto/zerbino dell'ottuagenario professore, disposto a trasmettere le sue obsolete conoscenze a gratis, pur di non levarsi dai coglioni.

In una "lettera aperta" agli studenti, un professore ritenuto tra i migliori a causa di un malriposto diffuso timore reverenziale nei suoi confronti, scriveva così:

Uno studente ha definito il corso “troppo elettronico” per informatici. E’ questo un elemento che deve essere tenuto ben presente: gli studenti di ingegneria informatica debbono differenziarsi dai laureati in Informatica del corso di scienze e ciò non può che avvenire su materie integrative dell’informatica altrimenti l’unico risultato è quello di produrre laureati che potrebbero risultare una copia sbiadita degli informatici.  Gli ingegneri debbono proprio avere il connotato della multisciplinarietà che, in ultima analisi, è l’elemento distintivo ma anche il plus in base al quale i posti di responsabilità sono più appannaggio degli ingeneri informatici che degli informatici puri. Quindi ben venga l’elettronica, i controlli, le telecomunicazioni etc. L’università non è una scuola professionale ma un atelier culturale: la professione si impara poi, sul campo !

Imparare sul campo.

Col senno di poi a questa metaforica autofellatio ho solo una risposta, che coinvolge un predicato verbale voce del verbo andare, un complemento di moto a luogo verso un posto che non sta molto bene dire.

Il fatto è che le materie integrative, nel mio caso, erano l'elettronica spiegata a livello di una delle dispense iniziali della rispettabilissima Scuola Radio Elettra di Torino, e roba tipo l'esame di "Economia e Organizzazione aziendale" in cui viene spiegata la partita doppia con l'esempio degli stai di grano dei contadini Ivan e Frederick al servizio del barone Coburg, esempio che occupava circa metà del programma. 

Altri esempi:
Fondamenti di Informatica I - poco più di una collezione di dispense Jackson Libri del 1985 sul linguaggio C.
Fondamenti di Informatica II - un'infinita campagna pubblicitaria a Java (nel 2003 era il futuro) perché, a differenza del C, non ha i puntatori (e chiunque abbia un minimo di conoscenza di informatica capirà il livello di questa vaccata.)
Fondamenti di informatica III - il paragrafo del manuale C# dedicato alla reflection.
Ingegneria del software - un seminario di formazione su .NET, perfettamente in tono coi pantaloni di fustagno indossati a giugno dal professore, che erano dello stesso colore verdognolo dello sfondo di default di Windows.
Sistemi informativi - infarinatura sull'algebra relazionale e pause sigaretta del docente.
Calcolatori elettronici - il docente che spiega l'architettura di una scheda madre da lui progettata negli anni 70.
Elettrotecnica, elettronica analogica, elettronica digitale, reti logiche - circuitini da risolvere che in un'ITIS buona si fanno all'inizio della quinta.

E in tutto questo, gli esami "a progetto" sono lavoretti che hanno lo stesso spessore del lavoro che alle medie si faceva in Educazione Tecnica quando si faceva il cartellone sul processo di lavorazione del legno. Non so voi, ma se entro in un atelier culturale e mi trovo davanti questo, la reazione è di enorme delusione (ma sicuramente è un limite mio).

Quando ho smesso di essere quello sulla sinistra ho deciso di lasciar perdere.
Ora a cosa possano servire a un ingegnere corsi di infarinatura né teorica né pratica (perché sennò sarebbe nozionismo, e chiaramente guai sporcarsi le mani con il nozionismo!) non ne ho idea. Ma questa confusione viene dal fatto che, al momento dell'iscrizione e alle giornate di orientamento, il principale selling point di ingegneria era "Vedrai che appena uscito non fai in tempo a passarti la sbronza della festa di laurea che hai già un lavoro ben pagato!"

In questo caso, non avrebbe avuto più senso, chessò, un'introduzione ai sistemi di gestione progettuale o della qualità? O anche solo spiegarci come funziona un cavolo di contratto? No, figuriamoci, questa roba potrebbe essere utile per il lavoro, e non sia mai che ci scambino per istituto tecnico, questo è un atelier culturale, e il concetto sottinteso è "non sentitevi traditi se poi non trovate lavoro, perché anche una facoltà ritenuta pratica come ingegneria informatica serve a darvi la forma mentis dell'ingegnere quale membro della classe dirigente". Ma lo fa con dei corsi così tirati via che non si capisce bene se vogliano essere teorici, pratici o nessuno dei due.

Ma mettiamo per assurdo che i corsi avessero una didattica che fosse veramente volta a creare un ingegnere-superuomo, con le capacità "orizzontali" che lo trasformeranno in un incrocio tra McGyver, Elon Musk e il Re Filosofo di Platone, ma senza particolare competenza tecnica, intesa come relativa al puro esercizio pratico e strumentale di un'attività.

Ecco, scusate se vi sembro venale, ma la cultura intesa come accumulazione di titoli con cui vantare una superiorità intellettuale e pensare di potersi elevare professionalmente solo in virtù di questi titoli, beh, non serve a un cazzo per trovare il proprio posto nel mondo del lavoro (maggiori informazioni sull'ottimo saggio "Teoria della Classe Disagiata" di Raffaele Alberto Ventura, che caldamente  consiglio). 

Non dico che l'atelier culturale di per sé sia inutile, eh. Dico solo che se è questa l'impostazione che si vuole dare, ovvero entrare all'università per diventare universitari (prima studenti, poi ricercatori, poi professori), almeno lo si metta in chiaro fin da subito. Caleranno le iscrizioni (e lo so che buona parte del guaio sta qui), ma almeno ci si metterà il cuore in pace che questo non è un investimento che garantisce la mobilità sociale. Benissimo, ma per favore ci si risparmi i messaggi contrastanti e si decida quello che si vuole essere.

In effetti, se vogliamo rifarci alla nomenclatura dell'ottimo articolo qui riportato, la cultura in esposizione all' "atelier culturale" così come l'ho vissuto io è piuttosto una "cultura borghese geek", ovvero una conoscenza superficiale buona giusto per intavolare un lungo monologo all'aperitivo su come si è riusciti a costruire una stazione meteorologica con Arduino, che nasconde una continua speranza che prima o poi accada il miracolo e si diventi automaticamente il nuovo Steve Jobs.

Il nuovo Steve Jobs
E nel frattempo il tempo passa, ci si impantana nel corso e si diventa spettri, come il mio compaesano del Vecchio Paese, da tutti ritenuto un piccolo genio, che aveva iniziato l'università 4 anni prima di me e l'ha finita 3 anni dopo di me, e quando lo incrociavo e gli chiedevo come stava, subito con lo sguardo vacuo di chi è stato vittima di un lavaggio del cervello, iniziava un discorso su un progettino di un particolare esame (che non ottenne particolare credito perché il professore pareva essere più interessato a premiare studentesse che andavano incontro ai suoi gusti estetici) a cui stava lavorando. Credo ci sia stato sopra almeno un lustro.

Penso che si trattasse della mappa probabilistica dell'universo o qualcosa del genere

Questo lavaggio del cervello sul destino manifesto dell'ingegnere come futuro dominatore della società (che già vidi alle giornate dell'orientamento e ascoltai nelle fantasie in tanti miei compagni di corso) lo rividi anni dopo in un contesto diverso, quando ebbi a che fare (come fornitore di software) con una società di multilevel marketing (prima o poi parlerò anche di questa esperienza).

Questa società altro non era che uno schema Ponzi travestito da vendita diretta. Non si produceva niente, ma in qualche modo tutti sarebbero diventati ricchi, e la ricchezza veniva assorbita da nuovi iscritti attirati dalla promessa della ricchezza facile. 

Allo stesso modo, ogni anno si iscrivevano solo a Ingegneria Informatica 300 persone attirate dalla promessa di diventare classe dirigente. 300 dirigenti di multinazionali (o, per i non fuorisede che non volevano allontanarsi troppo dalla mamma, capitecnico alla Ducati/Ferrari/Maserati/Lamborghini) ogni anno. Chiaro che il modello non è sostenibile, anche al netto degli inevitabili ritiri.

Perché alla fine quello con cui si usciva, basandosi solo su quello che si era appreso all'atelier culturale, era un livello produttività nullo, e la laurea quindi diventava solo l'inizio. Prima la laurea specialistica, poi eventuali master, stage in azienda o di ricerca, lavoro da tutor, tutto finalizzato a raggiungere quell'eccellenza che ci era stata promessa e che sembrava non venire mai riconosciuta. 

Così c'era chi insisteva con il mondo accademico, si trovava a 35 anni a fare il tutor, dovendo ancora contare su aiuti familiari, chi ridimensionava i suoi sogni dirigenziali e veniva reclutato come carne fresca in uno spin-off dell'università con uno stipendio modesto ma che veniva ritenuto dignitoso a furia di sentirsi dire "Ma ringrazia che ce l'hai, con la crisi che c'è fuori". C'era chi si gettava sulla consulenza dando l'addio a ogni velleità di vita al di fuori dell'ufficio, e chi, come il vostro ex videogiocatore e molti elementi migliori di lui, è emigrato. 

A ben pensarci, ritengo che ottenere facilmente manodopera sottopagata nelle spin-off legate all'università, fosse la vera ragione per cui i professori ci riempivano la testa la classe dirigente del futuro, ma non vorrei passare per complottista pontificando su cose che non so: d'altra parte, come ho scritto, mi son rotto le palle e sono emigrato.

Ma pu de campà / ho dovuto emigrà
Che cosa mi è rimasto dell'università? Personalmente, nulla di utile. Non una conoscenza, non un metodo, non un approccio al lavoro, non una forma mentis. Mi piace comunque vederla come un certo tipo di investimento: rinuncio a 3 anni in cui avrei potuto lavorare (ho fatto solo la triennale, poi ho lasciato perdere) per avere 'sto certificato grazie al quale poter applicare a posizioni lavorative decenti.

 Il prestigio dell'università in cui si è stati, il voto, la tesi, nulla di tutto questo è stato mai letto dai recruiter. A loro bastava che ci fosse la laurea, perché lo avevano scritto nell'annucio in modo da illudersi di scremare un po' di candidati (che comunque erano pochi). Solo una volta (in Italia) qualcuno opinò sul fatto che avessi solo la triennale senza il voto massimo, ma era solo perché gli stavo evidentemente sui coglioni (alla fine ebbi il lavoro). 

Ma di competenze utilizzate? Anche in termini di soft skill che si suppone un atelier culturaledia? Nulla. Le competenze tecniche le avevo apprese prima, perché al liceo ero uno sfigato e mi piaceva pasticciare con la programmazione quando i miei coetanei giocavano a basket. 

Le competenze politico-relazionali le ho apprese sul campo grazie a persone che hanno avuto pietà di come ero stato mandato allo sbaraglio e si sono prese tempo per spiegarmi come ci si comporta in un ambiente lavorativo più o meno funzionante.

Le competenze manageriali le ho apprese guardando la codardia di middle manager terrorizzati dall'idea di dover prendere una decisione per cui saranno ritenuti responsabili prima o poi, e cercando di fare l'esatto opposto (e ammetto che su questo ci sto ancora lavorando). 

Porca miseria. Si può dire che mi sia laureato all'Università della Vita!

No dai.
Ecco qui dunque. Resta il fatto che l'uso del termine "atelier" rende bene l'idea di un laboratorio d'artista a cui noi, garzoni a bottega, arrivavamo famelici di cultura, sperando che frequentando la bottega del Verrocchio diventassimo automaticamente Leonardo o Botticelli (e magari qualcuno ce la faceva pure, ma tutti gli altri? Nessuno ci aveva detto che avremmo potuto essere gli altri).

Stesso pretenzioso senso di superiorità con cui i veejay di MTV di fine anni 90-inizio anni 2000 parlavano di "workshop", con la differenza che almeno quelli erano un minimo popolari (nel senso del coito, s'intende). 

Nonostante le centinaia di workshop sull'argomento,
Andrea Pezzi scoprì che la cultura non ti salva né dalla calvizie ne dalla panza
Tutti ricordano che nel film, Fantozzi va a vedere la corazzata Potemkin perché costretto dal capo, ma nel libro, Fantozzi si iscrive spontaneamente a un circolo cinefilo impegnato, perché al sabato sera non aveva nulla da fare, e non essendo riuscito a iscriversi all'albo degli "altri" (quelli che dopo il pub andavano a trombare) ha ripiegato sulla cultura. Un'inversione causa-effetto, come già abbiamo visto nel caso del nerdismo. Se la classe dirigente, in virtù della sua posizione agiata, può permettersi di accumulare cultura (nell'accezione più "borghese" del termine, se vogliamo), l'accumulazione di cultura allora ci renderà magicamente tutti classe dirigente.

Ci hanno creduto tutti così tanto che a furia di stampare lauree ci troviamo in mano con l'equivalente culturale di una carriola di banconote da cento trilioni di dollari zimbabwesi. Nello specifico di ingegneria, il "plus che fa sì che i posti di responsabilità siano dati all'ingegnere piuttosto che al tecnico" è in realtà una carriola di banconote da cento trilioni di dollari zimbabwesi con disegnate sopra due resistenze in serie e la richiesta di calcolare la corrente al nodo centrale. Abbiamo talmente inflazionato il concetto che persino le bambinate per cui si stracciano le vesti i blog nostalgisti che amo prendere per i culo in questa sede si autopromuovono a "cultura pop". Se questa è cultura, allora consentitemi di citare una bruttissima persona.

che peraltro non era Goebbels ma Baldur Von Schirach
Ok. Tutto questo per dire cosa? Semplice, vorrei fare una retrospettiva parallela a cadenza irregolare  in cui oltre ai giochi ripercorro un po' i programmi non ludici grazie ai quali mi sono costruito una competenza molto più spendibile sui posti di lavoro, in cui saper fare il CERCA.VERT di Excel mi ha fatto fare molta più strada del saper disquisire sulla superiorità del Java perché non ha i puntatori. 

E vorrei ripercorrere, celebrandoli e ringraziandoli, i programmi con i quali ho passato il tempo, in assenza di giochi nuovi (come sapete ero un videogiocatore pezzentissimo). È anche grazie a loro che ho potuto in qualche modo emanciparmi dal circolo vizioso dell'accademia. Saranno brutti, ridicoli e antiquati, ma in qualche modo mi hanno cambiato la vita, proprio come ha fatto il Gioco Più Bello di Sempre (anche su quello, prima o poi, ci arriverò. Ma non ora).

6 commenti:

  1. E' uno splendido spaccato dell'università italiana. Tu hai parlato del tuo caso (Ing.Informatica), ma il discorso si potrebbe fare per tantissime altre facoltà (forse non per medicina). Ho sempre avuto l'impressione di un'università che non prepara al mondo del lavoro, ma una sorta di setta, con i professori che si circondano di adepti a cui poi affidare i vari ruoli di assistenti\ricercatori, mentre gli altri possono tranquillamente andare a fanculo (io lo dico esplicitamente, perdonami). Così si dà spazio a un eccessivo nozionismo che poi nella vita reale serve poco.

    Che poi per carità, io e te abbiamo studiato nella stessa città, quindi magari è solo un male di quella università.

    Poi anche io ho percezione del fatto che la laurea serva giusto come condizione per avere accesso a determinati posti di lavoro. Ma il prestigio, il voto ecc. ecc... non serve molto.

    Meglio un voto più basso e qualche esperienza in più fatta, senza titoli e master, ma esperienza sul campo.

    Bel post, credimi, detto senza piaggeria.

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    1. Grazie. Includerei anche medicina, viste certe aberrazioni che mi furono raccontate. E non credo sia solo un problema dell'Alma Mater, eh.

      Ma poi la cosa che mi infastidisce di più è che tu mi parli (giustamente) di eccessivo nozionismo, e allo stesso tempo per l'ambiente universitario il nozionismo è il grande nemico. Ma allora dove vogliamo stare? Sarebbe già questo un bel punto di partenza, senza stare a perdere tempo con masturbazioni mentali del genere "facciamo come x" dove X è un altro paese che cambia a seconda delle mode. Bah.

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  2. Io ho fatto i primi 6 mesi ad informatica e dopo averne viste di ogni, le peggiori delle quali erano i momenti di laboratorio dove forse 20% delle persone presenti aveva il PC a disposizione e gli altri si accalcavano per sbirciare sperando di cogliere qualcosa, sono fuggito e per qualche mese mi sono arrangiato, tra vendita di apparecchi acustici e assicurazioni (ebbene si).

    Poi mi sono rotto, ho fatto il militare volontario alla scuola delle trasmissioni ed informatica dell'esercito, dove invece che insegnarmi qualcosa il mio responsabile mi mandava in giro a fare da solo i danni per la caserma, e così mi sono fatto le ossa.

    Ora sono 10 anni che lavoro per grandi aziende con contratti a tempo indeterminato, certo non come responsabile ma come apprezzato sistemista al quale basta chiedere "fai questo" e se non sa come farla sa come arrangiarsi, mentre alcuni vecchi compagni laureati stanno a rifiutarsi di fare lavori che siano sotto i loro standard perché, sapete, è poco dignitoso servire da mangiare con una laurea in tasca, è meglio stare da mammà a mangiare il ragù tutte le domeniche.

    E mica se lo domandano perché le grandi aziende con le quali fanno i colloqui ci si puliscono parti anatomiche nascoste con il loro pezzo di carta quando, se li mettono alla prova chiedendo loro di usare il programma X, non sono in grado di trovare manco una voce di menu se si trova in posizione diversa da dove l'hanno imparata nel programma Y.

    Il discorso del tuo professore non è del tutto sbagliato, l'università dovrebbe davvero essere un atelier, ma un atelier d'elite dove hai a disposizione il meglio della cultura, dove puoi imparare a pensare liberandoti dei preconcetti, dove puoi esprimerti al meglio grazie alla guida di grandi menti capaci di indirizzare le tue capacità.

    Invece al momento è il luogo dove vecchi baroni appoggiano il sedere sulle poltrone dalle quali nessuno potrà mai più scollarli, mentre rendono questo paese ancora più stupido di quanto non siano stati in grado di renderlo decenni di televisione.

    Ed i risultati si vedono, eccome se si vedono, il piano sta riuscendo alla grandissima.

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    1. Grazie del commento. E grazie anche per essere un sistemista decente che non si esprime per forza come il tizio delle "storie della sala macchine". (Un mio compagno di corso che uscì col 110 una volta ebbe a dire seriamente che un sito non si apriva perché non aveva aggiornato i driver di Firefox)

      Mi ha molto colpito il tuo passaggio finale in cui dici che il mondo accademico rende il paese ancora più stupido di quanto non siano stati in grado di renderlo decenni di televisione.

      Ed in effetti, qual è la differenza tra la sudditanza psicologica alla peggior merda proveniente da oltreoceano che vedevamo in Drive in, e la sudditanza psicologica alla peggior merda proveniente dalla Silicon Valley che vediamo in un ingegneria informatica italiana? Ai miei tempi c'erano Java e Sun, C# e Microsoft, c'era Dell (stranamente) e iniziava a profilarsi la venerazione per il totem Google. Ora cosa ci sarà? Facebook? Amazon?

      E quando si divergeva, lo si faceva sempre nella direzione opposta, il progettino fatto con un framework creato da qualche ex studente che ha passato anni a costruirlo in modo che il professore potesse metterci il nome sopra.
      Sempre così: o il cinepanettone, o il cortometraggio tibetano del 1530 che conosce solo Ghezzi.

      E là fuori nel mondo reale mi chiedevano AS/400 e SAP, e per fortuna che i preconcetti me li ero tolti da solo, perché magari avrei potuto rispondere "ah! Ma non è fatto in Java! Sarà mica che ci sono dei puntatori? Lungi da me!"

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  3. D'accordo su tutto, ed in particolare su due punti:
    1.VLOOKUP (in inglese, una chiccheria), apre le porte del potere in azienda.
    2."Le competenze manageriali le ho apprese guardando la codardia di middle manager terrorizzati dall'idea di dover prendere una decisione per cui saranno ritenuti responsabili prima o poi, e cercando di fare l'esatto opposto" Ma quanti, quanti, quanti ce ne sono di questi essere inutili che non capiscono che il dirigente deve fare 1 cosa solo 1 (e vabbé farla eseguire): prendere decisioni? e invece, maledetti, rifuggono le responsabilità del loro ruolo, abusando solo dei privilegi concessi dalla loro posizione?

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    1. Grazie. Rispondo per punti:

      1. Il vero tocco di classe è usare l'F4 per aggiungere automaticamente il simbolo del dollaro al riferimento della matrice con cui confrontare la cella in modo da tenerlo fisso quando si fa ricopia in basso.

      2. Quanti, quanti ce ne sono? Troppi. E non credo che sia nemmeno lo stipendio, penso sia proprio il bisogno narcisitico di conferma continua che il prestigio del capo porta con sé. Certo, ci sono i lati negativi, ovvero quello delle responsabilità, e purtroppo sono più gli impuniti di quelli che pagano quando il loro schivare le responsabilità causa danni. Oh beh.

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