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giovedì 20 dicembre 2018

Come siamo giunti a questo punto

Ci stiamo avvicinando a Natale, e ormai sono in un periodo della mia vita che a fine anno ci arrivo con il fiato corto e se mi accorgo che Natale c'è è perché all'asilo nido hanno appeso pendagli vari. Non ne sono fiero, e soprattutto non ne sono felice specie ripensando (ebbene sì, un anti-nostalgista come me!) a come, da piccolo, l'attesa di Natale iniziasse già ad Ottobre con i cataloghi di giocattoli che erano una specie di "Postalmarket dell'infante" (nel senso che intendiamo tutti quanti). 

Sigh! Sniff! Fap!


Ma direi che a partire dall'anno prossimo sarà ben ora di mettere pure in casa nostra un bell'albero di Natale e possibilmente un presepe non troppo minimalista, per quanto sacrificare un piano per tenerci sopra muschio e statuine sia estremamente scomodo. Ma oh, è un sacrificio che faremo volentieri, organizzandosi il tempo lo si trova sempre (le energie, beh, quelle è un altro discorso, ma ce la facciamo). 

Insomma, ci avviciniamo a Natale, il blog dell'Ex Videogiocatore sta per compiere due anni (lo avreste detto?) e approfitto dell'occasione per NON menarvi il torrone con le solite quattro banalità pseudoprofonde sulla magia delle feste o il discorso speculare, con le solite quattro banalità pseudociniche sul fatto che le feste alla fine sono un momento di enorme stress. Possiamo fare meglio di così, no? E quindi voglio tornare un attimo sulle basi, ovvero del perché ho creato questo blog. In un post che mi ha definitivamente precluso ogni velleità di popolarità tra voialtri nostalgisti frignoni che vivono di bruschette e marchette, vi ho parlato di come, durante un'infanzia in cui raramente si valicavano i confini del Vecchio Paese, figure troppo presenti nella mia vita mi avessero dipinto il mondo di fuori come un posto ostile quasi ai livelli di un gioco di Eric Chahi.

Appena riesco a sopravvivere alla
seconda schermata faccio pure quello, promesso

Questa visione angosciante, mista a comportamenti che ora sarebbero definiti veri e propri abusi psicologici (ma al tempo mica lo sapevo) unito a un mio cercare di reprimere l'incazzatura nel nome del quieto vivere, mi avevano spinto a rifugiarmi in quello che Francescone Carlà chiamerebbe un "Simulmondo". Poi ho imparato ad accettare le mie sensazioni praticando un sano e terapeutico sfanculamento e le cose sono andate infinitamente meglio.

Voi direte ora "Ah, ma Ex Videogiocatore, hai subito traumi psicologici! Ti picchiavano? Oddìo sei un povero psicopatico allora! Dobbiamo compatirti o pigliarti per il culo o cosa?" Eh no, niente di tutto questo. Tutti in qualche modo subiamo traumi psicologici (i traumi fisici sono in calo, fortunatamente), spesso causati in qualche modo da quel risentimento intergenerazionale che fa sì che le generazioni più vecchie provino, a livello subconscio, disprezzo nei confronti dei più giovani. Perché? Ovvio, perché i più giovani sono coloro che li seppelliranno. È antropologicamente naturale, una lotta per la sopravvivenza. Ma non viviamo più nel tanto decantato "stato di natura": viviamo in società, e le regole che sarebbero potute andare bene nella preistoria qui non valgono, a meno che non rinunciamo immediatamente a ogni comodità più semplice (e no, non basta seguire la paleo-dieta).

Ogni scusa è buona per mettere
un'immagine di Zdenek Burian.

Insomma, questa specie di vendetta può prendere la forma di abusi non fisici, che possono essere semplici svalutazioni, manipolazioni mentali tramite sensi di colpa, l'umiliazione di fronte a estranei, la violazione della privacy, la minaccia di abbandono (quella soprattutto! Che orrore.) un sacco di cose che possono sembrarci leggerissime, ma che quando si è piccoli acquisiscono una grandezza spropositata. Perché da bambini le parole hanno un peso enorme, le parole sono la realtà. Non esiste ironia, non esiste astrazione. Jacques Lacan diceva che il grande trauma a cui tutti siamo esposti non è il sesso, ma il linguaggio. È il linguaggio che si insinua nella psiche in formazione e va a incunearsi nella traduzione dell'inconscio al conscio. È per questo che non sopporto i proverbi (ne ho parlato a proposito di Rocket Ranger), sono mattoni cancrenosi che grazie alla sonorità gradevole di rime e assonanze si sono infilati nella struttura della mia psiche in costruzione e talvolta mi tornano fuori come un herpes o un'emorroide.

Tutti noi in qualche modo subiamo traumi di questo genere, chi più e chi meno. In molti casi viene tutto seppellito sotto l'enorme ed estremamente dannoso tappeto del quarto comandamento: i tuoi genitori vogliono il meglio per te (vero, in generale, esclusi casi clinici, s'intende) e quindi ogni cosa che fanno, anche sgradevole, la fanno per il tuo bene. E quindi abbiamo quarantenni che vanno su facebook e postano papiri nostalgici in cui sbandierano quanto era giusto e bello prendere sberle da insegnanti prima e genitori poi, che così poi si cresce diventando dei vecchi pieni di rimpianti che si rincoglioniscono a darsi il buongiornissimo via internet. Ma lo facevano per il nostro bene.

Un attimo, qui c'è qualcosa che non quadra mica eh. Si è sempre detto che nessuno è perfetto e tutti possono sbagliare. In questo ambito no? Apro un elenco di proverbi e trovo questa merda:

"Chi risparmia il bastone fa il figlio birbone."
"È meglio pianga il figlio che il padre."
"Figlio senza dolore, madre senza amore."
"Il bambino piange per il suo bene, il vecchio per il suo male."
"Castiga il cane e il lupo, ma non il pel canuto."

Tutti motti di spirito che sembrano esprimere l'odio e la voglia di ripetere sulle generazioni successive le umiliazioni subite, in un continuo circolo vizioso che non sembra interrompersi mai.

Sapete che chi ha scritto 'sta roba sul suo profilo facebook come professione ha "aforista", vero?

Il modello educativo figlio di quest'ignoranza e di questo odio dichiara legittime la violenza e le punizioni. Il bambino è, di suo, portato ad assumere abitudini "viziose" (cattive, autolesioniste, antimorali, antisociali) ed è dovere del tutore (che può essere il genitore, o anche l'educatore: non dimentichiamo che da piccoli buona parte della nostra giornata è passata a scuola!) risolvere questi problemi, nel nome di un soluzionismo che se ne sbatte i coglioni delle cause e tratta i bambini come programmi pieni di bug da rimuovere, reprimendo le tendenze naturali del bimbo stesso.

L'idea dietro tutto questo è questa, dunque:

PROBLEMA: Il bambino è una creatura astuta e infida. Si comporta in maniera "sconveniente" e siccome è pure stupido non capisce le spiegazioni.
NECESSITÀ: Trasmettere al bambino il messaggio che il rispetto delle regole è necessario.
MEZZO: Associare alla trasgressione il dolore, l'umiliazione e la minaccia di perdere la cosa più importante che ci sia, ovvero l'amore dei genitori, in modo che si associ automaticamente la sofferenza alla rottura delle regole.
SOLUZIONE: Una sberla e via andare. Facilissimo!

La psicopedagoga Alice Miller  (i cui libri straconsiglio a tutti i neogenitori, o a coloro ai quali questo blog ha instillato qualche dubbio) ritiene che «L'impiego consapevole dell'umiliazione, che soddisfa i bisogni degli educatori, distrugge l'autoconsapevolezza del bambino, lo rende insicuro e inibito, e tuttavia viene elogiata come un buon servizio che gli si rende.» 

Eh sì. Gli educatori come i "Caporali" secondo Totò. 

Totò che peraltro fu riconosciuto dal padre solo a 20 anni
e dietro alla maschera nascondeva un uomo dalla gelosia ossessiva.

I caporali sono [...] coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l'autorità, l'abilità o l'intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque.

(Totò, "Siamo Uomini o Caporali?", 1955)

Ecco, una cosa di cui possiamo essere molto felici è che la moda della cosiddetta "pedagogia nera" sta piano piano passando. Ma non è ancora finita. Ripensando bene a un episodio che non abbiamo mai del tutto dimenticato potremmo accorgerci di certi metodi, basati su leve comportamentali molto meno faticose e molto più dannose, che sono stati usati dai nostri genitori perché magari starci ad ascoltare o spiegarci per bene le conseguenze delle nostre azioni era troppo faticoso (e spesso le energie non ci sono), e quindi si faceva prima a dire "Guarda che ti do uno smataflone!". Magari senza darlo, ma la minaccia in sé è già un trauma importante.

Quando il mio amico M.B. si fece la cacca addosso (immagino non stesse tanto bene), sua madre gli fece percorrere tutta la passerella dello stabilimento balneare con il costume sporco. Sì, questo è decisamente umiliante. Ma anche cose piccolissime, che magari sono completamente innocue per il 99% dei bambini, ma chi ci dice che non siamo parte dell'1% che è particolarmente sensibile a una certa frase? Magari ad altre no, ma a quella sì? Cazzo, persino nella ninna nanna si minaccia di abbandonare il proprio bimbo all'uomo nero se questo non si mette a dormire!

Insomma, a volte basta anche l'allusione, il non detto, i messaggi contrastanti. E succede che il cervello del bambino distilla tutto in un semplice concetto: se faccio quello che mi dicono di fare, sarò amato. E per un po' può anche funzionare (forse), fino a quando le proprie aspirazioni non sono ancora definite. Ma sul lungo termine non regge.

Se il bambino viene usato come mezzo per soddisfare il bisogno narcisistico del genitore, se non viene preso sul serio (e sì, i bambini hanno il sacrosanto diritto ad essere ascoltati e presi sul serio) se viene umiliato e manipolato e fatto sentire una merda, allora sopraggiunge l'ira. 

O l'uso del crystal meth

Ma anche l'ira è un comportamento sconveniente! Reprimiamo tutto sotto il grande tappeto del quarto comandamento. Via il ricordo del trauma, che sennò sai mai che non ci torni l'incazzatura, e per stare sul sicuro idealizziamo pure i genitori come figure sante senza la minima ombra né il minimo difetto. Praticamente delle figure inumane, un po' come giocare con le gabole a un gioco non di merda: ci si annoia in fretta.

D'altra parte - leggerete sui commenti al tipico post nostalgista di natale - come dire qualcosa contro quelli che ci compravano la Bebi Mia a 149.000 lire perché "certo che li avevamo spesi, facevamo di tutto per farvi contenti!" Beh, ovviamente la situazione è molto più complessa. A volte è la pressione sociale di un ambiente eccessivamente competitivo a costringere i genitori a prendere i regali più belli, e se fossimo troppo poveri di famiglia, avremmo altri traumi: perché anche l'insicurezza di sé da parte della figura di riferimento, quella genitoriale, è un messaggio estremamente tossico per un bimbo che vede nel papà e nella mamma le stelle polari con le quali orientarsi nella vita. A volte, invece, "farvi contenti" è una parola in codice per "farvi star buoni". E qui, in quest'ultimo caso, si cade nella trappola che io chiamo la Sindrome di Questar-Mayhew.

Penso che possiamo essere tutti d'accordo sul fatto che l'amore filiale prescinde dai doni ricevuti (sennò, con tutti i giochini che abbiamo ricevuto nei natali passati saremmo tutti strafelici). Inoltre, attenzione perché il regalo può essere veramente una trappola. Mi racconta il mio amico Ivano (al quale, come del resto a me, non è che sia mancato tanto dal punto di vista dei regali natalizi) che al momento del regalo il messaggio ambiguo era "Eccoti il Dino Rider... però che viziato che sei." e successivamente, in caso di marachella "Eh ma che disobbediente! Con tutto quello che ti diamo!"

Viziatissimo vez
Certo, col senno di poi si potrebbe rispondere "Ma che cazzo vuoi! Me lo hai regalato tu ed è il 1988 e non sono manco sicuro sull'applicabilità delle correnti leggi sul diritto di recesso quindi non posso dirti di ridarlo indietro così non mi vizio perché i soldi li hai già cacciati!". Ma a 6 anni sareste in grado di rispondere così? No. Ma capite che per un genitore è estremamente facile cedere alla tentazione di usare i regali come leva comportamentale per far sentire in colpa il figlio in modo che faccia ciò che vogliamo e non rompa le palle. È la via semplice. Spendiamo meno energie nel far capire ai bimbi che devono fare esattamente quello che diciamo senza rompere i coglioni e loro lo fanno! Facilissimo! Poi sul lungo termine si sentiranno delle merde e sfocieranno su di sé o sugli altri la rabbia repressa che non possono girare verso di noi (che siamo idealizzati, ricordiamo), ma sti cazzi, sul lungo termine saremo morti e saranno tutti cazzi loro! Così imparano sti piccoli stronzi a vivere più di noi! D'altra parte a Ciubecca Han Solo ha salvato la vita una volta, e da allora lui si è sentito così in colpa che non ha fatto altro che fargli da valletto/servitore per decenni, no? 


E alla fine manco si è preso la medaglia
Ok, non prendete troppo sul serio quest'ultimo paragrafo: ho ovviamente esagerato. Non è seriamente così: non sono tanti i genitori che a livello conscio fanno questo esplicito ragionamento. E ci sono infinite ragioni per cui non è detto che si riesca a prendere tempo per essere testimoni credibili del mondo, prima ancora che sovrani autoritari i quali opprimono i sudditi dicendo che è per il loro bene.

Però è vero che a volte bastano cose piccolissime, bastano cose minusciole dette senza pensarci per erodere una psiche in costruzione. Ed è inevitabile fare errori! Dunque? Non c'è scampo?

Vorrei avere la soluzione semplice e precotta con cui affrontare questo problema, ma scadrei pure io nella fallacia per cui i bambini sono dei programmi da debuggare con soluzioni semplici e quasi "demagogiche": Meno vaccini! Più sberle! Più abbracci! Meno TV! Più libri! Più giocattoli! Meno giocattoli! Più fantasia! Allattamento al seno fino ai 14 anni! No, non funziona così. Ma è altersì vero che trovo ridicolo lo scandalizzarsi perché al giorno d'oggi, e solo al giorno d'oggi, il tablet lo smartphone o la playstation sono i nuovi baby sitter e prendono il posto dell'ascolto genitoriale, come se ai nostri tempi questo ruolo di baby sitter non fosse ricoperto dalla TV, o dai giocattoli che ora tanto celebriamo, o perché no, anche dai libri (Ci avete presente Leopardi, no?). Forse che (e qui ci potremmo ricondurre al concetto di "noicheismo") anche la nostra generazione sta iniziando a rendersi conto di non essere eterna e sta iniziando a covare risentimento verso chi le sopravviverà?

Una cosa che può aiutare, che magari non risolve tutto ma è sempre un bel punto di partenza, è tradurre nel linguaggio del bambino tutto ciò che lui non capisce. Che possono essere emozioni, sensazioni, frasi, discorsi, cose che a noi sembrano scontate. Ma che richiedono tanto tempo e tanta energia. E purtroppo non c'è regalo di Natale, non c'è magia natalizia, non c'è nulla  che possa sostituire il tempo e l'energia necessari per essere testimoni credibili del mondo com'è. E anche avendo il tempo e l'energia, a volte non si ha il coraggio (ed è più che legittimo) di spiegare cose che spaventano anche noi. A volte si vuole proteggere i figli. Certe volte non si riesce proprio a trovare le parole. È difficilissimo ed è faticosissimo. Ma va fatto, almeno bisogna provare a pensarci su, e alla fine magari se ne esce anche, se non persone migliori, almeno un po' più saggi.

Come siamo giunti a questo punto, dunque? L'ex videogiocatore è nato perché in un periodo di grande stress era tornato a farsi sentire il richiamo del mondo interiore, che mi aveva accolto per anni quando fuggivo da un mondo esterno che sembrava volermi far fuori a ogni pié sospinto. Per ovvie ragioni non volevo più tornarci, e quindi ho deciso di farci un giro con sguardo distaccato, per scoprire che i momenti dell'infanzia che sembravano così perfetti forse sono stati edulcorati da un filtro che cercava di rendere tutto perfetto in modo che non mi accorgessi delle microincazzature che da bravo bimbo, reprimevo. 

Un tempo auguravo per le feste di Natale di incazzarci tutti un po' di meno. Credo che quest'anno ci augurerò di incazzarci q.b., per poi venire a patti con le nostre emozioni e passare serenamente oltre senza bisogno di reprimere nulla nel nome del quieto vivere festivo. Magari non è un granché come augurio, ma direi che è più semplice da realizzare.

3 commenti:

  1. Il tuo augurio finale è molto bello, ti fa onore, se posso dirlo.
    Ammetto che uno dei tuoi post, nel quale per la prima volta criticavi "i nostri genitori" e il loro metodo educativo, mi aveva fatto storcere il naso, ma nel momento in cui hai approfondito la tematica, arrivando poi a questo post, mi risulta difficile darti torto.
    Era ora che qualcuno puntasse il dito sui tempi meravigliosi degli sberloni a raffica tra scuola e casa ed è anche giusto non demonizzare completamente il fatto che un bambino oggi stia al tablet o alla playstation (purché ovviamente vengano rispettati certi orari...), perché tanto si rincoglionisce lui, come ci rincoglionivamo noi davanti a un catalogo di giocattoli o con i nostri giocattoli...
    Non invidio affatto voi genitori, riflettendo bene su quanto hai appena detto in questo post.

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    1. Grazie. Confido che prima o poi qualcuno unirà i puntini dei vari post e capirà che il mio furioso antinostalgismo è molto di più di una semplice musonaggine o (come qualcuno insinuò tempo fa in privato) invidia del successo di altri blogger.

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    2. Come si suol dire, sarà il tempo a darti ragione. Di sicuro è più credibile l'ipotesi della terra piatta rispetto all'ipotesi di una tua invidia sul successo dei blogger, su questo ci metto la mano sul fuoco :)

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